ARMY anche in trasferta: “Bring the Soul” al Vittoria di Bra, più una riflessione sui multi-fandom

Bra, 7 agosto 2019, ore 19.05, minuto più, minuto meno. Mentre sono in attesa della mia ordinazione, le casse del SeDici Piadina iniziano a diffondere Seoul Town Road di Lil Nas X feat. RM dei BTS: la serata che mi porterà al cinema a vedere Bring the Soul non poteva cominciare sotto una stella migliore.

Bring the Soul: the movie è il terzo film dei miei amati Bangtan e, pur essendo in vacanza, non mi sono fatta scappare l’occasione: questa “ARMY in trasferta” ha prenotato i biglietti da oltre un mese per la proiezione delle ore 20. Non sono sola: mi accompagnano il mio amato pupazzetto di Cooky, mia sorella e mia madre. Nessuna delle due è un’ARMY: alla prima piacciono i GOT7 ed è venuta per pura curiosità; la seconda conosce vagamente i ragazzi ed è qui “per disperazione”, non avendo niente di meglio da fare mentre aspetta che le sue figlie finiscano i loro affari al cinema. Per questo, oltre all’entusiasmo e all’ansia, provo anche una certa tensione a condividere con loro questo film. Sotto sotto invidio le ragazze della fila davanti, quattro sfegatate che salutano tutti quelli che entrano in sala con un “ARMYYY~~!” che è un po’ un urlo e un po’ un sussurro. Devo trovarmi un’ARMY in carne e ossa per la prossima volta. “Armyzzare” la famiglia è fuori questione: condividere con loro mi piace, ma, per una volta, vorrei qualcosa di soltanto mio.

Rispetto a gennaio, stavolta non sono l’unica senza maglia dei BTS (mamma però me ne ha regalata una viola apposta per l’occasione): anzi, tutte le 30 persone in sala sono vestite casual, e questo mi rallegra e non mi fa sentire una marziana. L’atmosfera è molto allegra e agitata, e mia madre commenta che il vero spettacolo probabilmente saremo noi. In effetti non ci smentiamo… Partono i titoli di testa e facciamo un casino d’inferno: le quattro della fila davanti – che saranno le mattatrici della serata – urlano come ossesse alla comparsa dei ragazzi sullo schermo per la pubblicità della docuserie su Weverse. Io rido – di loro, e di felicità – e mi viene spontaneo tirarmi le gambe al petto e affossarmi contro lo schienale davanti ai primi piani dei BTS, come sopraffatta: mi sono mancati, anche se non me ne ero accorta. Di quei primi minuti, di quei primi discorsi, non ricordo praticamente niente.

La proiezione procede e la sala pare più un salotto che un cinema: si parla, si commenta da una parte all’altra della fila, insomma, c’è un certo casino. Per quanto i “saranghae”, i cuori allo schermo, le urla e gli scleri per Mic Drop e Idol e tutta questa partecipazione siano difficili da contenere e simpatici, a lungo andare mi danno fastidio, e non sono l’unica che vorrebbe che la fila davanti tacesse e ci lasciasse sentire l’audio del film. Temo che mia madre possa pentirsi di aver speso 12 euro (non pochi rispetto ad un biglietto classico) per venire. Fortunatamente dopo una mezz’ora si danno una calmata. Resta qualche commento (vorrei proprio sapere chi sia quella che si è sentita in dovere di dire per ben 5 volte a Jungkook “tu sei un coniglio!” – ad un certo punto pure mamma mi ha chiesto “ma perché lo chiama così?”), ed è fisicamente impossibile non sciogliersi in sospiri davanti ai BTS che dormono (Jin con il suo pupazzo di RJ è dolcissimo) e ad incoraggiarli a mangiare a sazietà. La perla di saggezza della giornata proviene da una voce solitaria che si alza da qualche parte alla mia sinistra: “Abbiamo fondato una nuova religione: il Bangtanismo”.

L’intervallo ci coglie di sorpresa a metà di una scena e scatena proteste, ma è anche il momento per conoscersi meglio. Purtroppo però la natura chiama 🙂 e devo uscire subito, mentre si fa il censimento dei bias. Al ritorno trovo mamma che chiacchiera con la quarantenne della fila dietro (hai veramente chiocciato “sì, sono bravi!”, madre?), che appena mi siedo mi domanda: “Chi è il tuo bias? Il mio è Jimin. Ho anche il cerchietto” (di Chimmy, presumo). Lei e mamma non sono le uniche over della sala, infatti la accompagna un signore al quale ha fatto conoscere i Bangtan. E c’è anche un ragazzo in mezzo a noi tutte.

Le conversazioni non possono proseguire oltre perché dopo un attimo parte il secondo tempo. L’atmosfera è calma, ora, e seguiamo il procedere del film con serietà mentre i BTS affrontano problemi e momenti difficili. Mentre i ragazzi dichiarano la loro gratitudine verso i fan, la sala è percorsa da “Vi voglio bene, ARMY…” Questa sensazione di famiglia tra completi sconosciuti è la cosa più bella che ci abbiano donato.

Come raccomandato, restiamo fin dopo i titoli di coda per le scene extra. Ma, una volta terminate, le luci in sala non si accendono. Qualcuna commenta “Non facciamo scherzi! Cos’altro succede? Non ho più lacrime da versare…” Diventa presto chiaro che non deve accadere più niente, ma non si vede nulla e non possiamo uscire. Le torce dei cellulari vengono accese e fa la sua comparsa una ARMY Bomb. Poi, la proposta: “Giriamo un video mentre cantiamo?” Impossibile sapere se qualcuno stesse davvero riprendendo, ma improvvisiamo una versione a cappella di Boy with Luv in cui, dopo gli “oh my my my” ridacchiati, ognuno va impacciatamente dove vuole. Facciamo tanto schifo che le luci vengono subito accese e il coretto misericordiosamente ucciso. Usciamo, mentre qualcuno si attarda a chiedere ai presenti “ma noi non ci siamo già visti per il film precedente?”.

Già, il film precedente: Love Yourself in Seoul. Un’esperienza totalmente diversa, fatta di pura musica, soverchiante (per il cuore, ma soprattutto per le orecchie), durante la quale non c’era stata la possibilità di interagire tra ARMY. Dal punto di vista sociale, Bring the Soul è stato più coinvolgente e divertente. Il film in sé all’inizio mi è parso un po’ confusionario e slegato, ma in realtà segue un filo logico e temporale, si tratta solo di prestare un po’ di attenzione alle date e a quello che viene detto durante le conversazioni, che spesso anticipa ciò che sta per essere mostrato sul palco. L’atmosfera della pellicola è di una dualità che mi ha lasciato sconcertata: fuori scena, i BTS vengono mostrati stanchi, affaticati, feriti, principalmente mentre mangiano e dormono, e uno spettatore casuale potrebbe pensare che siano prigionieri degli eventi. Ma poi ci si sposta sul palco, e lì si capisce che sono proprio fatti per questo e che è la vita che hanno scelto: felici, entusiasti, pieni di amore per gli spettatori. Non vedo l’ora di esserci anch’io in quella marea di gente, un giorno.

Inoltre, la “gita” al cinema e la rara possibilità di interagire per una volta con altri ascoltatori di K-pop (leggi: origliarne le conversazioni) mi ha suscitato una riflessione sulla questione dei “fan multi-fandom”, ovverosia coloro che, come il nome stesso suggerisce, sono fan di più idol o gruppi contemporaneamente. In particolare, mi sono resa conto di come la mia visione sull’argomento sia cambiata nel corso del tempo.
(La riflessione è venuta più lunghetta del previsto, quindi la inserirò in un capitolo a parte.)

La “visionaria” autrice di questo blog riflette sul multi-fandomismo

Ricordo la prima volta che incrociai il termine “multi-fandom”: era il dicembre 2015, Soompi pubblicava un articolo su come i coreani considerassero “meno fan” chi seguiva più artisti. La rivelazione mi lasciò basita, essendo io stessa ascoltatrice di numerosi gruppi: dal dicembre 2013, quando era iniziata la mia avventura nel K-pop, avevo imparato nomi, volti e – più o meno – anni di nascita, debutto e posizioni di un numero imprecisato di gruppi femminili (Girls’ Generation, Miss A, Apink, per citarne alcuni) e anche di qualche gruppo maschile come 2PM ed EXO, mi stavo ancora mettendo in pari con l’ascolto delle rispettive discografie e IU era una solista con la quale andavo sul sicuro. Mi consideravo una Say A, una Pink Panda, una Hottest e una UAENA, e non capivo come potesse esistere una cultura “mono-fandom” con tanta bella musica in giro. Nondimeno, tutto quello che facevo per gli artisti di cui mi reputavo “fan” era guardare il nuovo MV in uscita. Avevo comprato due soli dischi, entrambi delle Miss A.

Nel giro di qualche mese dalla lettura dell’articolo, qualcosa nel meccanismo del mio “essere fan” si è inceppato. Le discografie arretrate sono finite, ma io avevo ancora bisogno di musica da ascoltare. Mi sono detta che i gruppi grandi e famosi non necessitavano di me, tanto avevano già abbastanza sostenitori e potevano cavarsela da soli, e sono passata ai girl group esordienti delle piccole agenzie. Ne ho visti sorgere e tramontare subito dopo il debutto un numero incalcolabile, ma – come mi disse mia sorella una volta – ebbi “un certo culo” quando scelsi di tenere assiduamente d’occhio le Berry Good: il gruppo ha esordito nel maggio 2014 ed è in attività ancora oggi, sebbene non sarà mai famoso e il futuro che si prospetta è alquanto grigio. Sono una Very Berry nel profondo e ho comprato tutti i loro CD, anche quelli promozionali, a volte autografati e ad un prezzo superiore al loro effettivo valore.

Avendo abbandonato tutti gli altri artisti, con le Berry Good mi sono ritrovata, senza volerlo e senza neanche rendermene conto, sotto l’etichetta di “mono-fandom”, però continuavo a cercare altri gruppi e nuova musica, mica me ne restavo nel mio piccolo, limitato giardino – tra l’altro la discografia delle ragazze era piuttosto limitata.
(Ora, so che, se siete ARMY, state aspettando una determinata frase. Non temete, adesso arriva.)
Poi sono arrivati i BTS.
(Visto che è arrivata?)
Sinceramente, raccontare di come io sia diventata un’ARMY richiederebbe fiumi e fiumi di parole, perché nemmeno la sottoscritta è molto sicura esattamente del quando e del modo, anche se ha qualche teoria e una mezza idea del motivo. (Se un numero consistente di persone vorrà saperlo, magari un giorno ve ne parlerò, anche se, a giudicare dal numero di lettori di questo blog, potrebbe accadere quando sarò ormai vecchia e decrepita.)
Dunque, ero arrivata al punto in cui una “multi-fandom ritrovatasi mono-fandom per caso”… conosce i BTS. Inizia a seguirli, ma a seguirli sul serio, imparando, studiando, guardando, ascoltando, dedicando gran parte del proprio tempo, della propria vita. E la sua idea sul multi-fandom cambia.
Per i BTS ho fatto – e faccio – cose che non avrei mai immaginato di fare e che non ho mai fatto per nessun altro cantante K-pop. Ho aperto un profilo Twitter e numerosi altri account su diversi siti. 
Mi sono alzata di nascosto una notte per guardarli presentare i Grammy in diretta, chiusa al freddo in cucina. Ho dedicato a loro la memoria del mio primo smartphone, che avevo appena comprato. Ho consumato gigabyte di traffico dati ed elemosinato il Wi-Fi senza password dello sprovveduto vicino (per non parlare di quello del mio posto di lavoro). Sono andata ad un piccolo raduno di ARMY (finendo però a sbirciarlo da lontano per la troppa timidezza). Sono arrivata al punto di desiderare di fare qualche ora di straordinario (sebbene la sola idea prima mi facesse schifo) per guadagnare qualche soldo in più. Ho deciso di prendere il primo aereo della mia vita per raggiungerli, nonostante abbia il terrore che possa cadere. Ho ringraziato mia madre di avermi messa al mondo. Sono cambiata. Molto, in meglio, ogni giorno.

Quando ho conosciuto i BTS, erano già famosi, anche se meno di adesso. Gli ARMY sono il fandom K-pop più grande al mondo, e di certo non necessitano di me come fan. Ma stavolta c’è qualcosa di diverso, ed è che sono io ad aver bisogno di loro.
Perciò, quando al cinema ho sentito altri spettatori parlare di EXO e Stray Kids, ho avuto l’epifania che io non sarei mai più potuta esserlo
: quella dell’ARMY è un’esperienza che occupa talmente tanto il mio cuore, il mio cervello e le mie energie che non ho spazio per nessun altro. Non riesco a investire me stessa in altri cantanti. Nella musica dei BTS trovo tutto ciò di cui ho bisogno, e quando mi serve uno stacco e/o delle voci femminili ho sempre le Berry Good (per essere precisi, quindi, non sono proprio mono-fandom, quanto piuttosto bi-fandom. Ma i Bangtan sono molto più attivi e totalizzanti delle Berries).

Perciò, l’idea che avevo fino a qualche anno fa sull’essere multi-fandom si è capovolta: adesso ritengo normale il mono-fandom. Ma sia chiaro che non sono arrivata al punto di considerare i fan multi-fandom “meno fan” degli altri. A volte sì, mi viene da pensare che siano un po’ strani, ma più che altro mi domando come facciano, se fisicamente e mentalmente riescano a seguire assiduamente una pluralità di artisti, tenendosi al passo con tutti i contenuti che producono, oppure se ne abbiano uno preferito e degli altri siano solo ascoltatori casuali. Immagino che dipenda dalla sensibilità di ciascuno di noi.

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