[Recensione] Twelve Nights

Titolo: Twelve Nights (Yeoldubam/열두밤)
Genere: melodramma, romantico
Episodi: 12×70′, trasmessi su Channel A dal 12 ottobre al 28 dicembre 2018
Quando l’ho visto: 3-14 aprile 2019
Trama: Anno 2010. Han Yoo-kyung (Han Seung-yeon) è un’aspirante fotografa coreana residente a New York, che, mentre si dirige in Nepal per un seminario, decide di fermarsi – o, piuttosto, scappare – qualche giorno a Seul. Qui conosce l’aspirante ballerino Cha Hyun-oh (Shin Hyun-soo), appena arrivato da Tokyo per trovare lavoro, e tra i due scatta dell’attrazione, ma passano insieme soltanto quattro giorni prima di separarsi. Pur conducendo vite diverse e affrontando ciascuno le proprie difficoltà, si incontrano nuovamente per caso nel 2015 e nel 2018, sempre a Seul, sempre per una manciata di giorni.


Melodrammatico e ripetitivo

Dopo aver visto The Package, ho iniziato a cercare un drama di viaggio altrettanto bello e poetico. Quando mi sono imbattuta in Twelve Nights, mi è sembrato il titolo giusto su cui puntare: ambientato tra le viuzze di Seul e una pensione tradizionale hanok, con due amanti alla ricerca di un modo per sopravvivere, che si incontrano per caso e per destino senza riuscire però a stare insieme più di qualche giorno alla volta, si prospettava una storia agrodolce con la capitale sudcoreana come palcoscenico e co-protagonista della vicenda, invitante agli occhi dei turisti. Purtroppo così non è stato.

I primi quattro episodi, il primo incontro, mi sono piaciuti molto, e mi è parso di aver veramente trovato un secondo The Package, del quale ben ricalcava le sensazioni pur senza fotocopiarlo. Tuttavia, andando avanti, l’atmosfera generale è diventata, come dire… deprimente. I protagonisti, perdendosi di vista per anni, hanno continuato su binari diversi senza provare a far funzionare le cose tra loro, ritrovandosi pieni di rimpianti e di sconforto quando si sono via via incontrati di nuovo, Yoo-kyung in particolare: Han Seung-yeon in un ruolo melodrammatico non trova il proprio posto, e la protagonista è una mozzarella senza spina dorsale che non riesce a respingere le attenzioni di un fidanzato impiccione e possessivo. Hyun-oh, simpatico e bonaccione, per ora della fine si trasforma in un povero tartassato dalla sfiga. I loro discorsi suonano perennemente tristi ed esausti. Seul è una pallida ombra sullo sfondo, con quattro set in croce che non invogliano poi tanto a visitarla.

Poche cose mi sono piaciute: la fotografia come metafora di un contatto intimo e profondo tra fotografo e fotografato, e il fatto che, svolgendosi su otto anni, la serie abbia potuto mostrare la crescita e l’invecchiamento di alcuni suoi personaggi, uno su tutti Chan, che è passato da bambino a giovane adulto. Peccato che alcuni dei personaggi secondari non abbiano fatto ritorno: la coppia di Busan dei primi episodi mi interessava molto.

La colonna sonora è altrettanto triste, ricorda molto sia The Package nell’utilizzo di quelle che io chiamo “musiche francesi” perché mi fanno venire subito in mente Parigi, sia La ragazza che saltava nel tempo.

Voto: 6,5/10

Sottotitoli italiani usati: quelli di Viki. Generalmente buoni, ma con qualche traduzione grossolana di singole frasi, a volte palesemente sbagliate, altre poco comprensibili. Alcuni esempi: “qualcosa è sospettosa” (ep. 5), “non voglio questo per distruggere” anziché “non voglio che questo distrugga” (ep. 9).

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