[Recensione] Jang Ok-jeong, Living by Love

Titolo: Jang Ok-jeong, Living by Love (장옥정, 사랑에 살다 / Jang Ok-jeong, sarang-e salda)
Genere: storico, romantico
Episodi: 24×60′, trasmessi su SBS dall’8 aprile al 25 giugno 2013
Quando l’ho visto: 6-19 dicembre 2018
Trama: Jang Ok-jeong (Kim Tae-hee) è la figlia di un traduttore che si è abbassato a sposare una schiava, ma, grazie all’influenza della famiglia paterna, riesce a condurre una vita da cittadina libera, dedicandosi alla moda e al confezionamento di vestiti e cosmetici. Una serie di coincidenze la porta a incontrare il principe ereditario Yi Sun (Yoo Ah-in) e ad innamorarsi di lui senza conoscerne l’identità. Entrata a palazzo per cercarlo e appreso chi egli veramente sia, Ok-jeong comincia la propria scalata nei ranghi delle donne di palazzo per diventare la regina e stare vicina al suo amato.


Colei che vive per amore

Jang Ok-jeong è un drama che coniuga il racconto storico accurato tipico dei sageuk da 50 e più episodi alle grandi storie d’amore narrate nelle serie più brevi, dando vita ad una visione molto piacevole che a tratti mi ha ricordato Cruel Palace (il quale era ambientato solo qualche generazione prima, e del quale compare anche un personaggio, la grande regina vedova Jangryeol, là una giovane ragazza interpretata da Ko Won-hee). La narrazione è efficace e incuriosisce il telespettatore occidentale sulle vicende di re Sukjong e delle sue concubine. Per attrarre anche lo spettatore coreano verso una storia che già conosce dai libri di scuola, sono state rimescolate alcune carte in tavola, in particolare quella delle origini di Ok-jeong, rendendo sua madre una schiava e inventando per la ragazza una attività molto moderna di stilista delle grandi dame, che la porterà a tutta una serie di incontri casuali e predestinati con il futuro re: in sartoria, nel bosco, durante la selezione della principessa consorte, ecc. Inoltre Ok-jeong, storicamente ricordata per le sue nefandezze e ritenuta una figura maligna (o volutamente rappresentata come tale dal partito dell’opposizione), ha qui un carattere più mite, seppur non meno ambizioso. Ecco perché immaginavo che la sceneggiatrice avesse riscritto le vicende storiche da un punto di vista differente, con la regina Inhyeon (Hong Soo-hyun) come cattiva e Ok-jeong come eroina tormentata e fraintesa. Invece ha fatto di meglio, lasciando intatta la Storia, facendo commettere a Ok-jeong tutte le azioni per cui è nota, ma fornendo spiegazioni logiche e sensate ai suoi gesti. Applausi.

La storia d’amore mi è piaciuta moltissimo. Rispetto a innumerevoli altri drama storici, abbiamo una soddisfacente dose di contatto fisico tra i protagonisti e pure qualche scena “piccante”. Inoltre, nonostante l’amore sconfinato che li unisce, si vede molto bene quanto in realtà per i re dell’epoca fosse naturale avere più di una donna: dove altro troviamo un protagonista maschile che ha occhi anche per le altre? Giustamente mia sorella ha fatto notare che Sukjong fa proprio la figura del dongiovanni (gli sguardi di Yoo Ah-in aiutano).
Second lead tra i piedi effettivamente non ce ne sono: il principe Dongpyeong (Lee Sang-yeob), innamorato da tempo di Ok-jeong, è più un personaggio secondario e mai una minaccia alla coppia, anche perché molto amico del re e privo di ambizioni politiche, mentre la regina Inhyeon trascorre la maggior parte del suo tempo ad ascoltare il padre e l’insopportabile regina madre che tramano alle spalle della protagonista, o a chinare il capo per le umiliazioni subite. Non è propriamente un’antagonista attiva, al contrario della concubina Choe (Han Seung-yeon), che fa la sua comparsa nell’ultimo terzo di serie – e meno male, perché non è che brilli molto come interpretazione.

Le dinamiche della corte interna, quella cioè delle donne, sono molto ben rappresentate e si capiscono tutte le gerarchie che andavano a formarsi nel gruppo di abitanti del palazzo più numeroso (si ricorda che, dopo una certa ora, tra le mura l’unico uomo “integro” ammesso era il re e lui soltanto).
Anche la storyline politica è piacevole: Sukjong è potente, saggio e intelligente, e soverchia senza tanti problemi il concilio dei ministri, si infuria, li riprende, li asfalta, e finisce che fa un po’ tutto quello che gli pare. È bello vedere un sovrano che non teme nulla e detiene il potere assoluto.

Dal punto di vista tecnico, saltano all’occhio i costumi e la loro ottima fattura (giustamente, dando una certa importanza alla moda), sebbene alcuni accostamenti di colori siano un pugno in un occhio. Il modo di inserimento dei flashback risulta abbastanza casereccio, probabilmente il budget non era altissimo, oppure nel 2013 si usava così.

Voto: 8/10

Sottotitoli italiani usati: quelli di Viki. Probabilmente i peggiori sottotitoli che abbia mai visto finora. Sono indegni, non si può neanche definirla “traduzione”: è solo una sfilza di parole messe a caso una dopo l’altra. Alcuni episodi sono migliori di altri, come il 10, il 14 (sebbene in quest’ultimo, ad un certo punto, spariscano le iniziali maiuscole, i punti alla fine della frase e si cominci a fare uso delle abbreviazioni da SMS, quali “ke” e “x”) e gli ultimi quattro. Il peggiore invece è il 13. Mancano tutte le didascalie ai personaggi, che sarebbero state utili, e al termine dell’ultimo episodio non sono state tradotte le scritte a schermo che narrano gli avvenimenti storici successivi.

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