Missione Corea: una doramista a Expo 2015

(Originariamente postato qui)

Se foste doramiste e sapeste che, a qualche decina di chilometri da voi, c’è un pezzetto di Corea che vi aspetta, non ci andreste?
Io sì.
Così, il 9 ottobre 2015, con sorella e madre, sono stata all’Expo. Obiettivo: visitare il padiglione della Repubblica di Corea, ad ogni costo!
Partiamo con il treno delle 8:40 da Carimate, la stazione a noi più vicina. Manco a dirlo, i vagoni sono pieni, complici due scolaresche, e non c’è un buco: mamma si siede, noi no. Un’ora e dieci in piedi in quello che diventa un pigia-pigia con lo scorrere delle stazioni.
Rho Fiera è una bolgia, l’ingresso di Fiorenza è intasato, ma in 25 minuti ce la facciamo: siamo dentro, e io quasi non riesco a crederci. A maggio non ero tanto sicura che ci sarei venuta, né tanto meno desiderosa, ma adesso è un’altra cosa.
Ci dirigiamo immediatamente, appena presa la cartina (in francese, unica lingua disponibile), al padiglione della Corea (meno male che è vicino: vi immaginate se fosse stato dalla parte opposta? Un chilometro e mezzo di Decumano…). Siamo fortunate: un’ora e mezza di coda, dice il cartello.

Nell’aria si sente suonare il K-pop.
Io: Questa è “Lonely” delle 2NE1!
Sorella: Eh
Io: Quella che mixano nella pubblicità di “Kankoku” su NekoTV.
Sorella: Vuoi dire “I’m the Best”?
Io: Ops (Confesso però che non ho mai sentito interamente nessuna delle due…)
Il secondo brano mi è sconosciuto, ma dal ritornello oserei dire che si intitoli “Monster”. Immagino che la cantino i Beast (per associazione di idee), ma in seguito scopro che sono i Big Bang.
Alla faccia dell’attesa, dopo soli 35 minuti veniamo introdotti nel padiglione!
Ci dà il benvenuto Diego, un ragazzo dai tratti orientali che spiega: «”Ciao” in coreano si dice “annyeong”. Tutti insieme: annyeong!». La voglia di urlarlo un’altra volta è tanta!
Durante il percorso per le varie istallazioni veniamo condotti dalle guide che ne spiegano il significato (mi colpisce l’uso di radioline stile residuato bellico dalle quali si sente un po’ male) e poi avvisano «Sta per cominciare lo spettacolo!». Così, assistiamo a due schermi montati su bracci robotici che girano, si uniscono, si dividono, mentre si susseguono immagini di frutta e verdura che si tagliano e vanno a formare figure e un corpo umano. Applauso finale al merito.
Il messaggio che il padiglione vuole trasmettere è che l’uomo mangia troppo cibo in scatola, e propone come alternativa la cucina coreana, fatta di lunghe attese mentre i cibi fermentano nelle giare (vedasi kimchi) e di riscoperta della pazienza. Forse un po’ presuntuoso da parte loro credere che la cucina coreana salverà il mondo, ma io sono più che disposta a farmi convincere!
Ultima sala: un locale buio con le pareti di specchi per farlo sembrare più grande, e tanti cilindri bassi a simboleggiare le giare, sui cui coperchi vengono proiettate immagini della natura, dello scorrere della stagioni e, ovviamente, di cibo coreano (gnam!). Resterei qui per ore (e infatti sono tornate indietro a cercarmi), ma è ora di uscire. Scendendo la scala, si nota una parete ricoperta di piante. Al piano inferiore, nell’atrio, sono esposti gli sforzi fatti da un’organizzazione coreana per aiutare gli affamati nel mondo, e le lotte dei coreani stessi per uscire dalla crisi della guerra e della divisione. Un po’ mi sono commossa per questo sfortunato popolo.
Lasciamo il padiglione con una discreta quantità di dépliant e libretti illustrativi sulla cucina coreana: saranno il mio tesoro gelosamente custodito.

Si fa tappa al negozio dei souvenir, pieno di roba carina e, soprattutto, fornito di bacchette di metallo! Indecisa se comprarle o no, per ora le lascio lì.
Ormai è mezzogiorno: ora di pranzo! Il banco-cibo della Corea offre varie specialità, tra involtini e rotolini ripieni di verdure e carne bulgogi: optiamo per un bel bibimbap (12 euro) con carne, cetriolo, lattuga, carote sopra riso glutinoso, il tutto condito da salsa di soia e limone (o salsa piccante): buono! Lo mangiamo comode comode sull’erba di plastica lì fuori.

E poi di corsa a comprare le bacchette (4 euro), che altrimenti me ne pentirò. E anche mia sorella ne prende un paio per sé. Che soddisfazione leggerci sopra “Made in Korea”!

Ormai la mattina è passata e sarà il caso che ci diamo una mossa per proseguire. Ci avviamo verso il Decumano, quando ci accorgiamo che davanti al padiglione della Corea sta succedendo qualcosa: un paio di uomini sono saliti sul palco antistante, e una piccola folla si sta riunendo per vedere che cosa combinano, tra cui un gruppetto di ragazzi italiani che fanno il tifo a squarciagola. Ci piazziamo lì anche noi, mentre mamma va a cercarsi un caffè da sola, conscia che non ci schioderemo di là neanche a pagarci. Quando diventa chiaro che non sta per succedere nulla, il piccolo pubblico si dirada, mentre vengono appesi i cartelli che reclamizzano un comedy show tradizionale del gruppo Ongals alle ore 13, 15 e 17 (sono le 12:35). Restiamo lì solo noi e una signora, e io sono tutta contenta perché, tramite i microfoni accesi, si sente quello che dicono e, ragazzi, questa è la prima volta che sento parlare coreano dal vivo (e potrebbe anche essere l’ultima)! È come incontrare un’amica conosciuta su Skype e riconoscerla dalla voce, e solo in un secondo momento renderti conto che, diamine, è la prima volta che la vedi in faccia! Sono tutta emozionata e vorrei quasi salutarli con un bel “annyeong!” (sì, avrei sparato a tutti un “annyeong”, anche ai cinesi, anche a costo di sembrare una svalvolata. È in queste situazioni che mi viene una voglia matta di partecipare a qualche convention di doramiste, per condividere tutta la mia passione), ma poi non saprei come proseguire il discorso, quindi mi accontento di capire qualche parola qua e là.

Mamma ritorna e l’avventura Expo prosegue, ma non è più come prima: è più triste. Visitare molti padiglioni è impossibile, le file sono troppo lunghe e non se ne vede la fine, la durata dell’attesa non è indicata da nessuna parte (grazie mille! E io che mi aspettavo un’efficienza stile Gardaland!), quindi basiamo le nostre scelte solo sulla quantità di folla (e anche così non è facile, è un casino!). Non abbiamo idea di che cosa ci sia nei vari padiglioni che scartiamo: potrebbero aver esposto la roba più innovativa e fantasmagorica del mondo, ma che cosa possiamo farci?
Visitiamo due padiglioni bruttini (Moldavia e Bielorussia), il supermercato del futuro (divertente!) e la Slovenia, la cui coda sembra un po’ lunghina ma che, se non ricordo male, dovrebbe promettere bene. Entriamo dopo soli 45 minuti e be’, ovviamente ricordavo male. Ho confuso due padiglioni (questo e quale, ancora non lo so…), ma almeno è carino, nonostante, più che sul tema del cibo, sia improntato sul turismo, con tanto di dépliant e concorso “vinci un viaggio” alla fine… Ci infiliamo anche negli spazi tematici del riso e dei cereali, ma, costatato che si tratta di negozietti camuffati da padiglioncelli, teliamo. Solo in seguito, apprendo che c’era un cluster per la Corea del Nord che non ho visto… Mannaggia!
Una sosta sotto l’Albero della Vita (salvatemi da questa bruttura!) e poi via verso il Giappone: 4 ore di coda, informa un addetto a non si sa bene cosa (forse all’ombrellone sotto cui stava? Di certo non era giapponese). E quindi ciao, padiglione di cui dicono meraviglie, ciao, te che la mia amica cui non sei piaciuto sosteneva che avrei adorato, ciao! Dirò la verità: non mi dispiace. Ho visto la Corea, cosa voglio di più?
È tardi (cioè sono le 15:30), siamo stanche e affaticate. Ci fermiamo a riposare sul piedistallo dell’ombrellone fuori dal padiglione dell’Oman (la gente ci guarda strano…), foto ricordo alle macchinette e alle 16 si riparte per tornare all’entrata di Fiorenza e arrivare a casa per cena. Tra sosta caffè, sosta bagno e camminata strascicata contiamo di arrivare davanti al padiglione della Corea (sì, siamo sempre qui!) per le 17, vederci un po’ di spettacolino e… e poi devo schizzare a comprare il kimchi! Non posso perdermelo! Ora o mai più!
A metà Decumano inizia a piovere.
Ma a diluviare sul serio, tanto che temiamo di dover ritardare la partenza perché senza ombrelli (pesavano). Soprattutto: lo spettacolo degli Ongals non si fa più, il banco-cibo della Corea è oltre l’acqua, ho solo un cappuccio, il kimchi mi chiama!

Quando spiove leggermente, lascio la famiglia all’asciutto e mi avventuro verso la meta. C’è un po’ di casino ma ce la faccio e mi metto in fila al coperto. Intanto ascolto la gente sbagliare le pronunce e medito su quale kimchi comprare tra quelli offerti: opto per un pacchettino da 60 g di kimchi dolce a 3 euro.

Ingredienti: cavolo salato 69,15% (cavolo, sale marino), carota, salsa di pesce fermentato (acciughe, gamberi), addensante (E415), aceto fermentato, fruttosio, peperoncino rosso in polvere, pepe verde, peperone, cipolla verde, sciroppo di mais, concentrato di mela, aglio, sciroppo di agrumi, concentrato di arancia, sciroppo di albicocca giapponese, esaltatori di sapidità (E627, E631)

Nonostante la pioggia, la folla, la frenesia e la confusione, riusciamo ad arrivare in stazione piuttosto asciutte e a trovare posto a sedere sul treno. Mi immergo subito nella lettura del più corposo dei libretti ricevuti al padiglione Corea, 60 pagine che impiego tutta l’ora e dieci del viaggio a leggere. Questo libro è puro oro e delizia, e che sorpresa trovarci nominato il drama Dae Jang-geum! Soprattutto, è grande la soddisfazione ogni volta che incontro un nome storico noto, un re, un paese dei quali ho appreso tramite la visione di tante e tante serie, e dei quali conosco il destino.

Torniamo in Corea due giorni dopo assaggiando il kimchi acquistato. Meno male che ho preso il pacchetto piccolo perché è piccantissimo! Me lo immaginavo morbido e pomodoroso, invece è croccante e ricco di peperoncino. Io non amo particolarmente i gusti così forti, ma mi è piaciuto.
E così, per noi Expo finisce qui.

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2 risposte a "Missione Corea: una doramista a Expo 2015"

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  1. Guarda io ad Expo 2015 ci son stata ben 5 volte e per ben 5 volte son tornata nel padiglione Corea. Bacchette, liquore alla pesca, la salsa al limone, uno specchietto da borsa e pure il grembiule da cucina mi son presa.
    Ho pure ballato Gangnam Style col tipo del negozio… Che divertente.
    Al contrario tuo io al padiglione Giappone sono entrata ma non mi è piaciuto per niente.

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